Circolo "Morbello Vergari" Coro degli Etruschi coro degli etruschi arci

 



maremmani buggiaroni


MAREMMANI BUGGIARONI
di Morbello Vergari

Nell’introduzione a questo libro di racconti, uscito nel 1977 per le edizioni Tellini di Pistoia, Valeriano Cecconi scrive: “È un popolo buggiarone (burlone) dice Morbello Vergari. È un popolo che raramente ha conosciuto la tranquillità. Quasi mai ci sono stati tempi di bonaccia per i maremmani. Dopo la civiltà etrusca c’è stato un buio di millenni. La dominazione romana è stata perniciosa e la natura è stata matrigna fino a non molto tempo fa…”
Siamo scesi nel grossetano per ascoltare anche altre voci per parlare con i personaggi di Vergari, con gli uomini che Vergari descrive nelle sue scenette e nei racconti.
Anche Vergari appartiene all’ultima Maremma. La sua casa è in cima a un colle, dalle parti di Roselle, che prende il vento della pianura e il sole del Tirreno. Il colle fa da attico: davanti ci sono l’Ombrone, i campi rigati di pini, le strade che portano al mare. È un paesaggio maremmano, tutto per un uomo maremmano. Vergari lavora agli scavi, porta alla luce ciò che la Maremma nasconde nelle pieghe della memoria. Agli etruschi, lui che è autodidatta, dà del tu. Si muove con disinvoltura fra le testimonianze delle antiche civiltà, come se fosse a casa sua. Magari fa l’ironia sull’uomo che vola sulla luna, ma si leva il cappello davanti a un coccio del sesto secolo avanti Cristo. Si interessa di teatro e folklore. Scrive poesie e novelle”.
In questo libro i racconti di Morbello offrono uno spaccato della Maremma più vera. L’autore usa i ricordi che fanno parte della sua memoria familiare o della propria esperienza personale e li trasforma in letteratura popolare: i racconti delle veglie contadine riemergono dalla sua penna e con la  scrittura (che assomiglia alla narrazione orale) ci fa conoscere i personaggi e lo spirito che anima la gente della Maremma.
“Diavoli di macchia”, “Raccoglitori di balzi”, “Caccia al riccio”, “Ultimo giorno di carnevale”… evvia evvia, sono questi i titoli di alcuni racconti che fanno parte del libro.
Infine con alcune “Scenette maremmane” ed una appendice poetica, Morbello trova la sintesi del suo narrare che ancora ci consente di conoscere il mondo di ieri, fatto di fatica e di sofferenze, ma anche di una punta di ironia “buggiarona” che l’autore ha saputo fissare e trasmettere con eleganza.


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Morbello Vergari

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Il tempo

E' proprio vero, sì, non ci so' dubbi:

se un poro cristianaccio come noi

si mette a fa' i cappelli

nasce tutta la gente senza capo.

Sementi, e aspetti l'acqua a braccia

aperte e invece,'n'accidente!

Ci manca poco che non piova 'l foco.

Chi comanda 'l tempaccio,'un lo conosco

però deve dormi' quanto gli pare;

poi quando si risveglia insonnolito,

apre le cateratte, le spalanca,

fa per recupera' 'l tempo perduto

e allora l'acqua c'hai stentato tanto,

porta via Cecco, la capanna e i bovi.

A me mi pare che sto' fontaniere

ne' la campagna 'un ci capisce gnente;

che faccia parte dell'Ente Maremma?

Lo straporto del padrone

Tutti i capi famiglia contadini

li', davanti al padrone

che era diventato un òmo...morto,

parevano un branchetto

d'ulivi tormentati

quando verso la sera 'l vento tace.

Ma non appena fu' daro 'l segnale

di portallo 'l padrone al camposanto

alzonno su' la bara con quei bracci

come rami di querce secolari

e via di contrapasso

come vecchi cavalli generosi.

Era 'l primo servizio

che tutti d'accordissimo d'accordo

facevano di cuore al suor padrone.

Doppo finite tutte le funzioni

la padrona con voce emozionata

ringrazio' tutti quanti

e nel sentilla in tono di dolore

moveva a compassione i contadini

come se fosse stata 'na massaia,

ma vero 'l vero e grande dispiacere

che provonno i capocci

fu quando la signora

per via del lutto non gli offri' da bere.

Diavoli di macchia

Le donne anche se venivano risparmiate da adoperare arnesi pesanti come la vanga, l'accetta, la mazza per spaccare le pietre ecc. non si risparmiavano di fare tutti gli altri lavori al sole, all'acqua al vento. Anch'esse erano forti di fisico e di spirito, benche' di solito non grandi di statura come del resto gli uomini; ricordo una vecchia la quale prendendo in giro le giovani diceva: - Le donne d'oggigiorno quando so' 'ncinte fanno tanti fichi, invece per me, quando ero giovana era tanto fa' un figliolo che 'na fascitura di pane (la consueta madiata di pane settimanale). Un parente della madre di chi scrive queste veloci note di colore maremmano che abitava a Vallerona, la quale in stato interessante come le altre si recava a lavorare nei campi, un giorno era andata da sola a pulire la vigna in un luogo al di sotto del paese chiamato Piaggione; ad un tratto le prese le doglie del parto e lei tranquilla come se dovesse fare una faccienda qualsiasi ando' all'ombra di un olivo e mise al mondo un bel maremmanino. Poi se lo prese nel grembiule e se ne ando' verso casa; vicino al paese una bambina le chiese: - Zi' Tere' ( zia Teresa) che portate 'nde lo zinale?

- Oh - rispose la donna - ho trovato un regazzino laggiù a la vigna del Poggione, volevi che lo lasciassi lì, poro fragnaccio!?

Va a pensare che dopo tanti anni la scienza medica doveva scoprire che le donne incinte per avere il parto indolore devono lavorare e fare movimento!

Scenette maremmane

Nella campagna dell'alto grossetano, due anziani coniugi stavano seminando l'orto; lui curvo zappava la terra, portava in testa un vecchio cappellaccio di feltro malandato e bisunto che avrà avuto più anni che giorni e sembrava ciondolare da tutte le parti per la stanchezza.

La donna dietri dietro metteva i semi.

Era il giorno di Sabato-Santo, nell'ora che si scioglievano le campane per la resurrezione del Signore.

Incominciarono a suonare le campane di Castel del Piano, la moglie si fece il segno de la croce, inginocchiandosi in devoto raccoglimento.

Il marito non ci aveva fatto caso, stava pensando al lavoro, al futuro raccolto, alla miseria. Lei, parlando nel suo gergo amiatino, gli disse con tono di affettuoso rimprovero: - Giacomo, cavato ccappellu, lu senti che s'è arzato Ssignore!

Giacomo obbedì, si tolse il cappello e si fece il segno della croce anche lui. Poi, le campane si zittirono e i due vecchi ripresero il loro lavoro ma, quella mattina, si vede che gli orologi dei preti non andavano d'accordo, infatti, ora si incominciò a sentire lo scampanio del convento dei frati; il marito sempre distratto, non ci badava, allora la moglie di nuovo: - Giacomo, cavati ccappellu, lu senti che s'è arzato Ssignore!

Egli obbedì nuovamente e stette in ginocchio sulla terra vangata finchè il suono non cessò; però, non aveva dato che due o tre zappate, che si sentirono le campane di Arcidosso; anche piuttòsto spazzientita dicendogli nuovamente; - Giacomo, cavati ccappellu, lo senti che s'è arzato Ssignore!

Allora il vecchio bonari, scoprendosi la testa: - O che è, o che stamani Ssignore è doventato un farco (falco), che sta sempre per Aria?!