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MAREMMA COM’ERA di Renzo Vatti e Morbello Vergari

La prima edizione di questo volume risale al 1978. È stato poi ripubblicato nel 1998 dall’editrice Laurum di Pitigliano che ancora lo mantiene in catalogo.
L’iniziativa di pubblicare in un libro materiale fotografico raro o inedito, fu presa da Giovanni Tellini, editore di Pistoia, che chiese a Morbello di collaborare con il giornalista Renzo Vatti nella stesura del volume. Dentro all’opera, di grande formato, vennero pubblicate molte immagini della Maremma: foto che inquadravano gli aspetti meno noti dei paesi maremmani, scene di vita  popolare, situazioni di lavoro (frantoi, carbonaie, minatori, butteri eccetera). Molte fotografie del volume provengono dalla collezione di Adolfo Denci di Pitigliano (1881 – 1944), un fotografo del ‘900, solitario ed appassionato, che dedicò tutta la sua vita a questa professione raggiungendo risultati sorprendenti attraverso gli scatti con i quali riuscì, meglio di altri, a “imprigionare l’aria del suo tempo”.
Dunque un libro che inquadra aspetti meno noti della terra grossetana e che ha valorizzato, attraverso l’espressione fotografica, l’idea di un percorso evolutivo nel quale si riconoscono i tratti salienti dell’entroterra culturale della gente di Maremma.
Morbello in particolare curò l’introduzione a “Maremma com’era” e alcune schede attraverso le quali è possibile rintracciare il suo stile e il suo pensiero: “La gente era costretta a lavorare le terre meno fertili e più pietrose, ma, quando l’uomo si mette a lavorare con passione fa delle cose che sembrano fatte dagli dei, sembrano miracoli che gli agricoltori toscani hanno sempre fatto sapendo trasformare in giardini terre molte volte ingrate e disagevoli. Fino ai giorni nostri abbiamo potuto vedere, nei territori dove esisteva un po’ di piccola proprietà, molte zone impervie e per natura pietrose, raggiungibili solo a piedi o con l’asino, grande paziente amico dei poveri; queste terre sono state da secoli trasformate in vigne, in uliveti, con alberi da frutto di tutte le qualità possibili per il fabbisogno familiare dei proprietari.
Si partiva per il campo prima dell’alba  e si tornava a casa la sera, dopo suonata l’ave Maria. L’isolamento di questi posti è finito soltanto dopo la seconda guerra mondiale quando sono sorte nuove vie di comunicazione.”
Ecco come il Vergari, con poche pennellate, ci rende l’immagine della Maremma d’un tempo, trasformata dall’opera degli uomini e delle donne che hanno saputo renderla ospitale come oggi la vediamo.


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La malaria

La malaria è stata debellata del tutto dopo passata l'ultima guerra mondiale quando con disinfettanti efficaci sono state fatte massicce disinfezioni nei luoghi più malsani e in tutte le case si è incominciato ad usare il DDT contro mosche e zanzare.Prima di allora, a quelli che abitavano in zone classificate malariche davano il chinino.Mio padre ebbe le febbri di malaria nel 1929, quando era minatore nella miniera di Baccinello, e le portò per un anno intero. A me vennero nel 1943.

Si cercava di curarsi come meglio si poteva, oltre a prendere il chinino si facevano decotti con erbe amare e più di tutto con l'erba querciola o erba chinina che ha tutto il sapore del chinino stesso. Queste erbe se non altro avranno curato il fegato che è sempre un valido aiuto.

Chi credeva, provava a curarsi le febbri anche con gli scongiuri e uno scongiuro che io conosco era quello di legare la febbre stessa. Si legava in un luogo (se non si era cattivi) ritirato e nascosto, per esempio in un borro o in un macchione poco accessibile, dove difficilmente un altro essere umano sarebbe passato e questo perché il primo che passava di lì, uomo o animale che fosse, si beccava le febbri.

La febbre si legava così: si annodava un filo di lana a una frasca o a uno sterpo, poi si diceva al filo che in quel momento era la febbre:

Quì ti lego e quì ti lasso

ti ripiglio quando ripasso.

Poi si andava via e si cercava di non passarci più.

La raccolta delle ulive

Oggi sono notevolmente migliorate le condizioni di vita nella provincia e non scendono più le squadre di raccoglitori e raccoglitrici di olive dalla montagna e dalla provincia di Siena. Ora soltanto poche persone anziane si recano negli uliveti.

Una volta spinte dal bisogno, partivano dai paesi della montagna, squadre di ragazze, ragazzi e persone mature e andavano a fare la stagione delle ulive nelle grandi azziende della bassa Maremma. Partivano a piedi e per raggiungere i posti di lavoro facevano anche 50 o 60 chilometri in un giorno.

Gente abituata a camminare da sempre. Righetta, detta Righettina per la piccola statura, ora un pò in là con gli anni, mi raccontava: " Quando ero giovane venivo a coglie' l'ulive nei pressi di Bagno Roselle. Si partiva io e le mi' compagne da S.Caterina la mattina presto a piedi, insieme al caporale che lo chiamavano chiurlo, per non dirgli tanto, e la sera tardi si arrivava al posto di lavoro, quando era finita l'ulivatura si ritornava a casa sempre a piedi".

La paga per la raccolta delle ulive era un quartino (quarto di litro) d'olio a staio, come abbiamo detto prima, contiene circa 17 chili di ulive.

Davide Lazzaretti

Davide Lazzaretti, o Lazzeretti, come viene pronunciato questo nome dalla gente dei suoi posti, nacque a Arcidosso provincia di Grosseto, il primo novembre del 1834. Nacque sull'Amiata, una delle parti più povere del grossetano e nel clima sociale che abbiamo descritto.

Come una pianta ha bisogno di terreno e clima adatti per germogliare e crescere, così le idee e i movimenti sociali.

In questo ambiente era nato Davide Lazzeretti, in un ambiente di miseria e di ingiustizia: più tardi le sue idee socio-religiose attecchirono facilmente tra la gente della montagna.

Fece da principio il duro mestiere del barrocciaio, mestiere che del tutto può dirsi estinto da poco, e cioè da diversi anni dopo l'ultima guerra mondiale, quando via via i barrocci furono sostituiti dai camion sulle stesse strade, rese carrabili ai tempi dei Lorena, che collegavano porti e stazioni ferroviarie ai paesi dell'entroterra grossetano. Poi fu preso da un profondo sentimento religioso che in seguito diventò misticismo; fu grande assertore di giustizia e di libertà dei popoli. Con il suo fervore oratorio e con il fuoco dei suoi scritti affascinava i diseredati e sbalordiva i sostenitori di un sistema tirannico basato sulla secolare sottomissione del debole al più forte.

La magia

La magia, in Maremma, deve avere le radici nella antichità pagana, deve venire da molto lontano come in tutte le civiltà di antica formazione.

Ancora oggi sono molti che credono nella magia e nei maghi guaritori, chiamati comunemente stregoni. Tanta gente va dallo stregone per scacciare il malocchio (detto anche occhiaticcio) sia dalle persone che dagli animali; per allontanare mali e fatture e anche per farsi curare semplici lussazzioni, furuncoli, mal di denti, scottature ecc.

Simpatica la contraddizzione per lo sdirenello, il mal di reni.

Questa pratica, oggi praticamente in disuso, cosisteva in questo: uno che aveva mal di reni non andava dallo stregone, perché più atta di tutti a guarire lo sdirenello era una donna che avesse avuto un parto gemellare; il paziente si sdraiava in terra bocconi, la donna doveva scavalcarlo appoggiandosi a due bastoni; intanto che la donna faceva questo, l'ammalato doveva chiederle per tre volte: "Quando mi sdirenerai?" e la donna rispondeva: "Quando du' anime in corpo portai".

La credenza popolare in Maremma che fino a pochi decenni fa doveva essere rimasta quasi intatta per secoli, ha subito e sta subendo un grosso mutamento specialmente nelle giovani generazioni.